Wet market: commercio di animali vivi

Ultimo aggiornamento: 08.07.20

Come questi mercati hanno influenzato o, presumibilmente, dato origine alla pandemia di coronavirus. Scopriamo insieme cosa sono e dove sono ancora attivi.

 

L’argomento principale che riempie, a ragion veduta, le giornate degli italiani e non solo, dall’inizio del 2020, riguarda l’epidemia del virus in atto e di come sia possibile essere arrivati a una situazione simile, che è riuscita a mettere in ginocchio il mondo intero. 

C’è chi grida al complotto, chi punta il dito contro il popolo cinese e le loro inconcepibili tradizioni culinarie, e chi crede che il virus sia stato diffuso volutamente per motivi economici. Ma quale di queste è la verità? Difficile dirlo, tuttavia, potremmo cercare di individuare alcune probabili cause.

 

Cosa sono?

Letteralmente potremmo tradurlo come “mercato umido”, e non è altro che un luogo in cui avviene la vendita diretta di carne e pesce fresco, verdura e frutta appena colta e, talvolta, animali vivi, che vengono macellati di fronte al cliente. 

Un po’ come quando ci troviamo in un ristorante di mare e ci servono l’aragosta agonizzante che avevamo indicato nell’acquario in sala pochi minuti prima al cameriere, con la piccola differenza che il termine “wet”, è rivolto alla quantità di sangue versato sul pavimento a causa dell’abbattimento in loco, pulito semplicemente tramite secchiate di acqua. 

Tralasciando quest’ultimo dettaglio, potrebbero vagamente somigliare alle fiere estive, che erano solite apparire nelle piccole città di provincia, soprattutto del sud Italia: molti si ricorderanno quando da bambini ci divertivamo a vincere anatroccoli, pulcini, criceti, oppure pappagalli e tartarughe importate illegalmente.

Per non parlare poi dei gatti consumati in molte regioni dell’Italia centrale, o della famosa “polenta e osei” a base di uccellini: fringuelli, passeri, e persino pettirossi, ancora oggi cacciati illegalmente in alcune zone del Veneto e serviti sottobanco nei ristoranti. 

Qual è, dunque, la differenza con i wet market cinesi? Che in Italia ogni commerciante deve fare i conti con le regole sanitarie imposte dall’ASL e dai NAS, in Cina invece, come nel resto del Sud Est asiatico, dove sono tuttora diffusi tali mercati, probabilmente no. 

Ma non solo, anche il numero degli abitanti totali influisce: bisogna considerare che solo la città di Wuhan ne conta ben 11 milioni, e nel resto del paese ce ne sono all’incirca 1 miliardo e 400 mila. 

Purtroppo però, solo alcune province sono sviluppate e modernizzate, ma tante altre sono relativamente povere e formate da villaggi. Dunque, risulta piuttosto difficile regolamentare e controllare un’area così vasta e popolosa, inoltre, il fattore culturale è davvero molto radicato. 

Insomma, in un paese dove non tutti possono ancora permettersi un frigorifero, è naturale voler acquistare carne che è certo essere fresca. Perciò, è possibile che la diffusione del Coronavirus sia partita effettivamente da qui, dove gli animali vivi stipati in piccole gabbie sono di tutte le specie, sia selvatici, sia non, e spesso versano in condizioni di salute non proprio ottimali. 

E il passo del virus da un esemplare infetto, probabilmente un chirottero, che si trova costretto in uno spazio molto ridotto, potrebbe metterci davvero poco a passare al resto del bestiame, giungendo infine all’uomo. Inoltre, tali mercati erano già da tempo oggetto di critiche e scandalo da parte del resto del mondo, proprio perché possibili focolai di numerose malattie.

 

Non solo in Cina

Tuttavia, non sono solo i wet market cinesi ad aver creato scandalo nel corso degli ultimi anni: tra il 2010 e il 2017 anche alcune industrie americane e spagnole di pet food hanno aggirato l’ostacolo sul controllo qualità. 

Sia le crocchette per cani, sia quelle per gatti, per essere considerate a norma, devono essere prodotte e confezionate in stabilimenti americani o europei. Purtroppo però, non c’è un vero e proprio divieto all’importazione della carne da altri paesi, come per esempio quelli asiatici. 

Dopo una lunga serie di inchieste, si scoprì infatti che alcune delle marche più famose contenevano scarti di animali investiti, provenienti dagli zoo, oppure malati o uccisi tramite eutanasia. 

Quando acquistate il cibo per i vostri cani o gatti, controllate sempre la lista degli ingredienti posta sul retro dei sacchetti: se questa riporta la dicitura generica come “farina di carne”, oppure “farina animale”, senza specificare di quale specie si tratti, è possibile che quelle crocchette contengano sottoprodotti di bassissima qualità, e talvolta non legali.
Tuttavia, a volte questi controlli non bastano: analizzando al microscopio alcune lattine di cibo per cani umido, su cui era riportato come primo ingrediente “pollame” o “carne di bovino”, si è scoperto che contenevano tutto, tranne che quel tipo di proteina, e che spesso si trattava di topi, gatti, o altri animali.
Quando, prima del Coronavirus, inorridivamo per i wet market asiatici, oppure per il famoso festival di Yulin, perché ritenuti una barbarie e una tradizione culturale ormai superata, forse avremmo dovuto guardare anche “in casa”.

Avremmo dovuto renderci conto di come la produzione etica e consapevole, così come la corretta informazione dei consumatori, siano l’unica strada percorribile per evitare che situazioni simili si ripresentino in futuro.

Il fattore culturale

Parlare di radici culturali barbare è senz’altro offensivo, bisognerebbe prima considerare una gran quantità di fattori ed evitare giudizi affrettati. I wet market sono ancora oggi una realtà: non solo in Cina, ma in molti paesi del Sud Est asiatico.

L’unico motivo per cui dovrebbero essere regolamentati è il rischio sanitario, e non certamente perché offendono una morale eurocentrica che ci conferisce un senso di superiorità culturale del tutto arbitrario. 

Se vi state chiedendo cosa possiamo fare in merito, spesso la risposta sta nel dare un chiaro messaggio quando si acquistano prodotti di varia natura, e colpire economicamente è l’unico modo che potrebbe portare a un cambiamento. 

Scegliendo filiere che danno priorità all’etica, alla corretta macellazione, alla prevenzione sul luogo di lavoro, salari minimi garantiti e così via. Dunque, prima di acquistare a occhi chiusi il cibo per cani più economico sul mercato o quello con la confezione più accattivante, per esempio, informatevi in merito e cercate di optare per prodotti che non ingrassino il portafogli di aziende poco trasparenti.

 

 

 

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