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Il miglior album dei Judas Priest

Ultimo aggiornamento: 19.09.19

 

Album dei Judas Priest – Consigli d’acquisto, Classifica e Recensioni del 2019

 

Non si può fare un discorso sull’heavy metal a prescindere dai Judas Priest; è uno di quei gruppi che può vantarsi di aver contribuito a inventare il genere musicale, visto che fanno parte della prima ondata di heavy metal inglese, per intenderci, quella che precede la cosiddetta New Wave Of British Heavy Metal e che ha visto alfieri band del calibro degli Iron Maiden, giusto per fare un nome. Visto che siamo in tema di citazioni, vi suggeriamo due degli album sfornati dalla band Birmingham, città che ci ha regalato anche i Black Sabbath: Painkiller è strepitoso, la sola title track vale l’acquisto mentre Sad Wings of Destiny ha una importanza storica, non fosse altro per l’influenza che ha avuto per tutto il genere musicale.

 

 

Tabella comparativa

 

Pregio
Difetto
Conclusione
Offerte

 

 

Come scegliere il miglior album dei Judas Priest

 

Per cominciare a familiarizzare con la musica della band, non è semplice dire quale album dei Judas Priest comprare. Il motivo del nostro imbarazzo? Beh, se date uno sguardo alla discografia, ne converrete con noi. Ci sono davvero tantissimi titoli tra cui scegliere tra album in studio e quelli dal vivo.

La scelta è ancora più ardua quando una band regala tutti dischi di ottimo livello, anche se qualche passo falso i Priest lo hanno compiuto. Ma se avete tempo e pazienza imbarcatevi con noi per questo viaggio che ha inizio nel 1974, anno di pubblicazione di Rocka Rolla, e che dura fino ai giorni nostri… eh sì perché come si dice… never too old to be rock! Leggete e avrete le informazioni necessarie per orientarvi su come scegliere un buon album dei Judas Priest.

 

 

Guida all’acquisto

 

Made in Birmingham

Non abbiamo idea di cosa le mamme dei ragazzini di Birmingham e città limitrofe dessero da mangiare per colazione tra la fine degli anni ’40 e i primi ’50; fatto sta che da quella piccola città sono venute fuori due tra le più grandi metal band di tutti i tempi, più qualche altra minore ma di indubbio valore.

Ma restiamo sui pezzi grossi. Chi viene da Birmingham? I Black Sabbath sicuramente, ma anche i Judas Priest. Questa città, per i più insignificante, ha qualcosa di magico per gli amanti della musica dura; potrebbe tranquillamente essere un luogo di pellegrinaggio per chi venera il sacro metallo e per tale ragione abbiamo voluto inserire nella nostra guida per scegliere il miglior album dei Judas Priest un piccolo tributo alla loro città natale, dove tutto ha avuto inizio.

 

L’incontro con Rob Halford

Rob Halford non è stato il primo vero cantante dei Judas Priest, prima di lui c’era Al Atkins il cui unico merito, probabilmente, è aver trovato il nome della band. Atkins ebbe l’idea da una canzone di Bob Dylan: The ballad of Frankie Lee and Judas Priest. Atkins non ha mai registrato un album con i Priest, compito che spettò a Rob Halford.

Con il suo ingresso nella band Tipton e soci si assicurarono uno dei migliori cantanti che la scena metal di quei tempi e per i decenni seguenti fosse stata capace di sfornare. Non lo diciamo soltanto noi, sono tantissimi i pareri in questo senso. L’estensione vocale di Halford è incredibile e la sua voce sembra essere nata per cantare heavy metal.

 

 

Metallari contro punk

Gli anni ’70 non erano un periodo facile per chi come i Judas Priest suonava heavy metal, oltretutto tale etichetta può essere affibbiata alla band di Glenn Tipton solo qualche album più tardi poiché il debut Rocka Rolla era distante dai dettami del genere succitato. Ma perché era così difficile emergere in Inghilterra in quel periodo? Possiamo spiegarlo con una parola: Punk! Era il genere del momento e pertanto i locali che proponevano musica dal vivo preferivano ingaggiare i cloni dei Sex Pistols. I Priest, cui dopotutto interessava poco suonare nei pub sotto casa, indurirono il loro sound ma senza salire sul carrozzone del punk; il risultato fu Sad Wings Of Destiny.

Forse Halford, Tipton, Downing, Hill e Moore non se ne rendevano conto ma stavano dettando le regole dell’heavy metal, questo disco merita di essere inserito tra i migliori album dei Judas Priest del 2019 senza ombra di dubbio e non solo per il suo valore intrinseco ma proprio perché è diventato una sorte di modello, una fonte da cui attingere.

 

La separazione da Rob Halford e l’arrivo di Ripper Owens

Ci sono cantanti che non riusciresti mai a immaginarti lontano dalla loro band di origine, eppure queste cose accadono. Capitò anche ai Judas Priest: Halford era fuori dalla band. Se ne andò? Fu licenziato? C’erano dissidi tra i ragazzi? Sulla vicenda si è detto di tutto e di più ma nessuno dei Priest ha mai voluto chiarire come stessero le cose. Halford si dedicò ad altri progetti, il primo di questi rispondeva al nome di Fight.

Intanto i Priest avevano bisogno di un altro cantante: la scelta ricadde sul talentuoso Ripper Owens ma né per lui né per il resto della band sarebbe stato semplice sfornare un disco che potesse reggere il confronto con Painkiller, a nostro avviso il miglior album dei Judas Priest, uno di quei dischi irripetibili che si compongono una sola volta nella vita. La storia di Owens merita di essere raccontata perché è il classico sogno che diventa realtà.

Era un fan del gruppo, tanto è vero che cantava in una cover band dei Priest. Si esibiva per quattro gatti, ma una sera, a “miagolare” si dice ci fosse anche un certo Scott Travis (il batterista dei Priest). Non sappiamo dirvi con assoluta certezza se Travis fosse davvero presente al concerto, se era capitato lì per caso oppure fosse in “missione segreta”, è comunque certo che aveva tra le mani una registrazione su nastro di Owens e che la fece ascoltare al resto della band. Tutti rimasero impressionati così decisero di fargli un provino. Naturalmente Owens non ci pensò su due volte e prese il primo volo cha degli Stati Uniti lo avrebbe portato in Inghilterra.

 

 

Il comeback di Halford

Non avete la minima idea, dopo una separazione, di quante band dichiarino che con Tizio non sarebbero mai più tornati a suonare. Lo dicevano anche i Priest. Poi succede che le vendite calino, la casa discografica fa la voce grossa, i fan si allontanano mentre quelli presenti ai concerti urlino il nome di Halford e così si torna amici come prima e che il povero Owens se ne vada al diavolo.

La reunion, ufficialmente, avvenne nel 2003 per la gioia dei fan ma soprattutto del conto in banca dei Priest. Vi invitiamo a fare una comparazione tra la voce di Halford e Owens che, per la cronaca, ha inciso Jugulator e Demolition ma sappiate che sono molto difficili da trovare e quelli che sono venduti online, non hanno prezzi bassi.

 

I migliori album dei Judas Priest

 

Abbiamo stilato la nostra personale classifica dei dischi pubblicati dal combo inglese. Per ogni album trovate una recensione che ci auguriamo possa aiutarvi a capire cosa aspettarvi dal disco. Leggetele con attenzione e confrontate i prezzi. Vi anticipiamo che le offerte interessanti, soprattutto per il formato CD, non mancano. Se volete sapere dove acquistare uno dei dischi selezionati, potete cliccare sul link in basso ma ricordate sempre di confrontare i prezzi.

 

Prodotti raccomandati

 

Painkiller

 

Per i nostri consigli d’acquisto la scelta del primo album è praticamente obbligata. Come non dare la vetta del podio a un capolavoro dell’heavy metal come Painkiller? Si tratta di uno degli album più influenti del genere e certamente uno dei migliori lavori pubblicati negli anni ’90 in ambito metal.

La formazione è quella che potremmo definire classica, almeno da questo momento in poi) dunque con Rob Halford alla voce, l’affiatata (almeno lo era all’epoca) coppia Glenn Tipton e K.K. Downing e la sezione ritmica composta da Ian Hill e Scott Travis al suo debutto con i Priest. Ma Painkiller rappresenta anche una sorta di spartiacque tra quello che la band aveva fatto negli anni ’80 e quanto era intenzionata a fare nella decade successiva.

Tuttavia va segnalato che è anche il disco che precede l’addio di Rob Halford. Cosa troviamo su questo album? Sicuramente velocità e potenza. Spicca incredibilmente il drumming di Scott Travis ma la cosa non avrà sorpreso chi lo conosceva già con i Racer X di Paul Gilbert. Ebbene, se i pezzi di Painkiller spaccano, a cominciare dalla title track, merito va dato anche al nuovo batterista e l’intro, da sola, vale il prezzo del disco. Ancora oggi Painkiller è uno dei dischi dei Priest più venduti sul mercato.

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Sad Wings of Destiny

 

Se i Judas Priest non avessero mai scritto Painkiller, il primo posto della classifica sarebbe spettato di diritto a Sad Wings of destiny che all’epoca, quando uscì, rappresentava davvero qualcosa di nuovo che avrebbe fatto scuola: si stavano gettando le basi per quella che poi a tutti sarebbe stata nota come NWOBHM.

Di certo il buon Tipton aveva carpito qualche segreto a Tony Iommi e ne aveva fatto tesoro ma badate bene, non stiamo parlando di un album clone dei Black Sabbath, anzi, i Priest hanno individuato la loro personale strada: le potenzialità offerte dalle due chitarre non sfruttate a dovere con il debut, in Sad Wings of Justice trovano finalmente il ruolo che le compete.

Halford è a proprio agio e sfrutta al meglio la sua voce e anche l’ascoltatore più distratto riesce a coglierne le tante sfumature. La componente rock tipica dei seventies è presente ancora con forza ma gli anni ’80 sono dietro l’angolo. Un pezzo che proprio non ci è piaciuto è Epitaph, non solo per una questione di gusti personali ma anche perché ci sembra essere fuori contesto

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The complete album collection

 

In questo caso non vi proponiamo un disco dei Judas Priest ma una vera e propria collezione che comprende quasi tutta la discografia fino a Nostradamus, disco pubblicato originariamente nel 2014.

Vogliamo subito partire da quello che secondo noi è un grave aspetto negativo. Nella raccolta c’è un buco e neanche tanto piccolo; è grande quanto lo spazio di due album, quelli registrati con Owens alla voce: Jugulator e Demolition.

Può sembrare incredibile ma è come se la band avesse voluto cancellare dalla loro storia questi due lavori: nessuno dei brani incisi da Owens viene riproposto dal vivo e i dischi sono introvabili se non si vogliono spendere cifre folli. A parte questo, il box in oggetto è il modo più economico per avere in un sol colpo la quasi totalità dei dischi pubblicati dai Judas Priest.

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British Steel

 

British Steel è un album che merita di condividere il podio con Sad Wings of Destiny, anzi, stando ai nostri gusti personali lo preferiamo a quest’ultimo ma, come detto, Sad Wings ha avuto un’importanza che andava necessariamente messa in risalto. British Steele viene pubblicato nel 1980, un anno fondamentale per l’heavy metal inglese, o meglio, per la NWOBHM.

Le band dedite a questa musica neanche si contano ma ovviamente i Priest sono tra quelle che possono dirsi alfiere del genere. La mutazione è completata, il sound è definito e c’è un nuovo batterista: Dave Holland. L’opener è quella Breaking the law che poi diventerà uno dei brani più celebri del gruppo, ma c’è più di un pezzo che troverà presenza costante nelle setlist come Metal God e Living after midnight.

Poi c’è uno dei nostri brani preferiti: Steeler. British Steel, impossibile non averlo!

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Firepower

 

Anno 2018 (in vero siamo nell’ottobre del 2017), i Judas Priest non ci pensano proprio alla pensione e sforano uno di quei dischi che in pochi si aspettavano: Firepower. Probabilmente un album dei Priest non veniva osannato in modo tale da critica e pubblico dai tempi di Painkiller. I dati di vendita sono ottimi così come le recensioni. In molti inseriscono Firepower al primo posto della personale Playlist per il 2018.

L’album è roccioso, magari non innovativo ma sicuramente, puro heavy metal. L’ascolto è godibile, non si fa in tempo ad arrivare all’ultimo pezzo che si è già pronti a ricominciare daccapo. Citiamo due brani su tutti e che più di altri ci hanno conquistato: la title track e No surrender. Eppure si può essere felici a metà perché Firepower rappresenta anche la fine di un’era: quattro mesi dopo la pubblicazione del disco, Glenn Tipton rivela al mondo di essere affetto dal morbo di Parkinson.

Ha fatto in tempo a registrare le tracce di chitarra ma non può reggere un intero concerto e le cose possono solo peggiorare.

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Come prepararsi per un concerto dei Judas Priest

 

Va bene ascoltare i dischi dei Judas Priest, però dal vivo è tutta un’altra cosa. Ma a un concerto si deve andare preparati. Bisogna conoscere alcune cose che tornano molto utili. Abbiamo raccolto per voi una serie di consigli per consentirvi di godervi al meglio lo spettacolo.

 

 

Ripassate i classici e l’ultimo disco

Un concerto è molto più godibile se si conoscono a memoria i pezzi che la band eseguirà. Per un accanito fan il problema non si pone ma se invece avete scoperto da poco i Judas Priest e pertanto non conoscete tutte le loro canzoni, vi suggeriamo di prepararvi in tempo utile imparando i classici e i pezzi del nuovo disco che solitamente viene promozionato dal vivo. Generalmente dall’ultimo lavoro vengono ripresi almeno tre pezzi.

 

Ci vuole il fisico

Tutti vogliono stare tra le prime file per sentire il contatto con la band, vedere i propri idoli da pochi metri di distanza ma per fare ciò, ci vuole il fisico.

Ci spieghiamo meglio. Innanzitutto tra le prime file a un concerto heavy metal si poga e si cade; questa cosa non piace a tutti ma il peggio, probabilmente, è quando i furbetti che stanno dietro, perché sono arrivati alla location con tutte le comodità del caso, forti di essere in gruppo, spingono per conquistare le prime file: il risultato è un effetto domino tutt’altro che piacevole. Dunque state attenti e, se non avete il fisico, state più indietro.

 

 

Cosa non può essere introdotto

A un concerto dei Judas Priest come per molti altri, ci sono restrizioni circa gli oggetti che possono essere introdotti. Alcune sono valide per tutti i luoghi ma a volte il divieto può essere ancor più restrittivo. Gli zaini non devono superare la capacità di 10 litri, non sono ammessi oggetti contundenti, vedi cinture e bracciali con borchie. Niente selfie stick.

Le bottiglie d’acqua possono entrare ma senza tappo; in alcuni casi ne è ammessa una sola da 50 cl.

 

 

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